L’alienazione-procedimento e il finto lavoro dei kapò

di Fabio Massimo Nicosia

Se penso al concetto di “alienazione” e a persone alienate, dimidiate e sottratte a se stesse, non mi viene subito in mente Marx, Hegel o Feuerbach, ma il Mito della Caverna di Platone, in cui le persone non sanno nulla del mondo reale, ma vivono incatenate seguendo ombre, e ciò che le priva di se stesse è questa ignoranza, questo vivere nella menzogna, salvo poi prendersela con chi spiega loro trattarsi di menzogna.

E allora mi viene in mente anche lo Zarathustra di Nietzsche, che veniva canzonato da chi aveva un’immagine totalmente offuscata e semicolta del mondo, dato che sono i più a prendersi gioco dell’uno o dei pochi, pur se i più vivono a loro volta nel pieno della falsità, o, quantomeno, nell’inverosimiglianza dei concetti.

Come dire che il concetto di alienazione mi rimanda alla più ampia condizione esistenziale dell’uomo, o di moltissimi tra gli uomini, laddove viene rivendicato come “merito” di Marx quello di essersi invece focalizzato sul lavoro subordinato, come se il lavoro subordinato non fosse altro che una delle tante modalità possibili della frustrazione umana, trattandosi viceversa di comprendere se tale frustrazione non sia invece condizione ineludibile di ognuno o dei molti per le ragioni più disparate, che possono toccare, e però anche non necessariamente toccare, il tema del lavoro; perché se il lavoro è pena e sanzione dovuta alla disobbedienza biblica, nulla esclude che la vita umana stessa sia pena e sanzione per qualche altra ragione, e che siano inviati a vivere i dannati e non i premiati: giacché se la pena del lavoro consiste nella fatica, già vivere di per sé costa fatica, e il lavoro è solo un aspetto della più ampia fatica del vivere, che non cessa, nemmeno momentaneamente, nell’attimo in cui posi la vanga sul campo, pur se a quel momento cercherai “distrazione”.

Basti pensare all’attività sessuale, che si propone a noi come la più ludica e deturnante, e che però, in quanto sia volta alla procreazione, è attività volta a ulteriore e indomabile fatica nella cura della prole, nella sua presa in carico, di tal che poi ricopriamo di cattiva reputazione chi, avendo prolificato, poi la prole abbandoni al proprio trascurato destino: sicché la fatica diviene anche un prezzo da pagare per essere accettati in società persino da tale fondamentale profilo. Salvo ipotizzare che i figli siano allevati in comune, ma ciò comporta poi i consueti rischi da free-riding, ossia che, al limite, dovendosene curare la comunità, non se ne curi affatto nessuno, sicché la comunione della prole diventi solo una variabile del suo abbandono; o, più probabilmente, alla sua cura da parte di alcuni specialisti, e non per nulla da parte dell’intera comunità.

E quindi, come si diceva, abbiamo a che fare con il consueto modello intellettuale marxista ossimorico, per il quale trasferire tutto sul piano economico e produttivo “amplierebbe” l’ambito del discorso e non lo “restringerebbe”; come invece palesemente avviene, dato che Marx è solito inanellare inversioni logiche, di tal che per sistema egli confonde le cause con gli effetti, ribaltando questi in quelle, come quando dice che lo sfruttamento del lavoratore si pone alla base della proprietà privata, quando è cristallino che si tratti del contrario, giacché è un contesto istituzionalizzato in proprietà private dei mezzi di produzione a consentire poi l’asservimento del proletario, e non certo viceversa è l’asservimento del proletario alla fabbrica a costituire il sistema delle proprietà private, perché allora non si comprende in qual modo il proletario sia stato asservito, se non per il fatto che vige un ordinamento giuridico, il quale consenta di dare stabilizzazione a un sistema di proprietà e di proprietari.

Finché prevarrà questa vulgata marxista sul prevalere dell’”economico” in questi termini, l’umanità non condurrà alcun passo innanzi, sicché Marx, al fine, va ricondotto al novero dei reazionari involontari, ossia non certo nelle intenzioni, ma di sicuro quanto ai non voluti effetti, dato che è impossibile vincere una partita a bocce tirando le bocce alle nostre spalle, perdendo totalmente di vista il boccino, che invece ovviamente sta davanti a noi.

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Nei “Manoscritti economico-filosofici”, Marx delinea una relazione inversa tra capacità di produrre ricchezza dell’operaio e sua povertà personale, ma, in questi termini, sembra trattarsi di un’invettiva polemica e retorica più che non di un giudizio economico; in realtà, quanto Marx tiene a sottolineare è che l’operaio, nella sua attività produttiva, diventa “merce”, e “merce tanto più a buon mercato quanto più crea delle merci”, per cui alla messa in valore del mondo delle cose corrisponde la svalutazione del mondo degli uomini, che ancora una volta non è molto chiaro se si tratti di un giudizio etico o di un giudizio economico, dato che, se si trattasse di questo, si starebbe dicendo che un lavoratore particolarmente produttivo non valorizzi in alcun modo se stesso in quanto “mezzo di produzione”, ma si auto-svaluti quanto più è produttivo, il che parrebbe illogico; a meno di non dire che l’incremento di valore economico dell’operaio in funzione dell’incremento di valore economico della sua capacità produttiva non tenga il passo di questa, il che è plausibile, ma non nel senso che addirittura perda valore, se non nei limiti del deterioramento fisico legato all’invecchiamento, ovvero anche nei limiti della sua sostituibilità come operaio da parte di un sistema di macchinari.

Tutto questo, però, sempre in un contesto però sempre di dumping tra proletari, vale a dire di eccesso di domanda di lavoro rispetto all’offerta, il che tiene inevitabilmente basso il compenso per il lavoratore, che oggi è spesso addirittura al di sotto del livello stesso di sussistenza, approfittando il datore di lavoro delle provvidenze statali, nelle quali confida come ulteriore supporto per il lavoratore, o approfittando e confidando il datore di lavoro nel welfare familiare, in cui il genitore boomer può far fronte alle esigenze alimentari e di domicilio del lavoratore giovane “sottopagato”, salvo l’emerge di un nuovo fenomeno di “rifiuto del lavoro” da parte dei giovani lavoratori in simili condizioni sociali e familiari; ne consegue che non si ravvisa quella relazione inversa tra aumento della produttività e svalorizzazione del lavoratore, dato che questa consegue all’eccesso di concorrenza da parte di altri spiantati come lui, più che non da quanto poi l’operaio in concreto produca, al netto del contributo fornito dai macchinari, il quale in effetti è in relazione inversa con il “valore” del lavoratore.

A questo punto, però, proprio alla luce di tale ultima constatazione, vale a dire la fungibilità tra operaio e macchina, va contestata proprio la qualificazione di “merce”, così attribuita da Marx al lavoratore, in quanto a mio avviso esclusivamente retorica e polemica, ma non tecnicamente corretta, dato che alla stessa stregua andrebbe definita “merce” anche la macchina, quando è pacifico che si tratti di capitale (fisso), dato che per “merce” intendiamo il prodotto finito destinato al mercato e ivi immesso, come dalla chiara etimologia μερίζω, che significa dividere, spartire, distribuire, il che richiama alla mente anche il nesso tra mercato e divisibilità del bene che vi si destina, in modo tale da poterlo distinguere dal bene “pubblico”, il quale invece è inteso come indivisibile e privo di rivalità nel consumo.

Quindi il proletario all’opera del lavoro e della produzione non è “merce”, ma “capitale”, in quanto, al pari della macchina, “mezzo di produzione” a disposizione del capitalista, soggetto alle sue direttive e, in definitiva, al suo stesso comando, per quanto i contenuti di questo possano venire negoziati; il che eleva l’operaio rispetto alla macchina, dato che questa non è, per ora!, in grado di negoziare alcunché.

L’operaio è dunque capitale, ma, in quanto essere umano, è dotato della dignità dell’essere umano, sicché, in quanto capitale, è, per usare la formola di Gary Becker, “capitale umano”, salvo prendere subito le distanze da come Gary Becker, e con lui tutta la letteratura apologetica del neo-capitalismo, intende il capitale umano.

Gary Becker nei fatti identifica il capitale umano con il know how della persona e, quindi, con il suo capitale di conoscenza e di formazione, ma omette di considerare il presupposto fondamentale di tutto questo, ossia con il suo capitale di dignità, che non consente, come lui pretende, di trasformare ogni studente e lavoratore in robottino avvitatore di bulloni metaforici e reali del sistema, laddove il know how, al quale noi intendiamo fare riferimento, è rappresentato dal più profondo capitale di conoscenza, non “tecnico”, ma filosofico, di tal che ognuno sia consapevole della propria essenza intangibile e, quindi, del proprio essere portatore appunto di “diritti umani”, che ne fanno vertice vivente e incarnato della gerarchia delle fonti, al quale ogni altro intervento giuridicamente e socialmente rilevante dovrebbe inchinarsi, con l’implicazione di prevedere pieno risarcimento per ogni atto che vada in loro lesione.

Ora, emerge qui una prima “alienazione” in senso letterale, da parte del lavoratore subordinato, ossia il fatto che egli, attraverso il negozio di lavoro, mette a disposizione del capitalista, con una sorta di leasing, il suo proprio capitale umano, di dignità e di conoscenza, assoggettandosi ai comandi del soggetto possidente, il quale nella buona sostanza approfitta dello stato di bisogno del lavoratore, il che allude al fatto che, in termini tecnico-giuridici, il contratto di lavoro subordinato sia in molti casi puramente e semplicemente rescindibile.

È dubbio del resto in linea generale che un individuo possa auto-vincolarsi a obbedire a comandi altrui, dato che il suo essere soggetto dotato di ragione gli consente di sindacare ogni qual volta la ragionevolezza di quei comandi, e il fatto invece che ciò non sia consentito, o consentito in minima parte, è anche ciò che esclude il lavoratore dalla partecipazione agli utili, essendogli riconosciuto solo un compenso per il “tempo” messo a disposizione del datore di lavoro, indipendentemente dalla considerazione di quanto questo “tempo” concorra a determinare gli utili; per cui il profitto del datore di lavoro diventa una sorta di a priori incontestabile, se non dalle dinamiche di mercato, le quali potrebbero in effetti anche azzerare quel profitto e fare fallire l’impresa.

Il fatto è però che il lavoratore si accomoda all’alienazione del proprio capitale umano, sia pure non completa e non definitiva, essendo come detto in stato di bisogno, e tale stato di bisogno deriva dal suo non possedere alcuna seria risorsa naturale o artificiale, quindi dal suo non detenere a propria volta capitale materiale, e allora si tratterà di indagare le ragioni di siffatto mancato possesso, argomento di competenza, oltre che della scienza economica e giuridica, anche della filosofia morale e politica. Giacché qualcuno potrebbe ritenere illegittimo, in termini di filosofia politico-morale, quel mancato possesso, e quindi invalidare per passaggi logici successivi la stessa proprietà privata in esclusiva dei mezzi di produzione e, quindi, lo stesso negozio di lavoro subordinato.

A questo punto, occorre cercare di comprendere sulla base di quali criteri economici il lavoratore subordinato sia retribuito, considerato che egli concede in leasing il proprio capitale umano, il che richiede l’attivo esercizio di un’attività fisica e faticosa da parte sua, e quindi occorre comprendere se l’impiego di quel capitale umano sia compensato a effettivi valori di mercato, o non piuttosto a un prezzo inferiore in funzione protezionistica nei confronti del datore di lavoro.

Facciamo dunque il caso di una paninoteca, nella quale operino tre persone: il proprietario, l’ideatore dei panini e barman, e una persona che serve ai tavoli, di solito di genere femminile e gradevole alla vista.

Il proprietario è il dominus, forse ha investito capitali, forse ha ereditato, ma non fa niente di preciso se non “sovraintendere” al lavoro; il barman rappresenta la parte creativa dell’impresa e la ragazza è fondamentale, in quanto serve i clienti seduti al tavolo, e quindi intrattiene altresì un’attività di pubbliche relazioni.

Immaginiamo ora che sopraggiunga in loco un osservatore imparziale proveniente da Saturno, il quale osservi, alieno da qualsiasi pregiudizio o bias cognitivo, l’effettivo andamento aziendale in un sabato sera. Egli comprenderà di avere di fronte a sé una gerarchia, ma che il lavoro maggiore e più intenso, oltre che esteso in orario, quindi nel tempo, è espresso dai soggetti inferiori nella scala gerarchica, lavoro sostanzialmente ripartito tra il barman e la ragazza. Interrogato su come pensa che i guadagni siano ripartiti tra i tre individui, egli probabilmente intuirà che tale ripartizione terrà conto molto di più della scala gerarchica che non del lavoro effettivamente svolto.

Qualcuno, a questo punto, spiegherà al saturnino che vige da noi un ordinamento giuridico, incarnato dallo Stato, che tutela i titoli di proprietà privata a date condizioni, e quindi consente al proprietario di estrarre una rendita, detta “profitto”, dagli utili aziendali -ovviamente sempre che utili vi siano, dato che questo l’ordinamento giuridico non è in grado di garantirlo-, indipendentemente da quanto faccia o non faccia in termini di “lavoro”: di tal che noi potremmo trovarci innanzi a un imprenditore geniale, capace di tessere sottilissime strategie di marketing e di promozione del negozio, ma potremmo trovarci anche di fronte a un nullafacente, che si limita a profittare della felice posizione del negozio stesso, nonché dell’intenso lavoro svolto dai due subordinati, passando periodicamente all’incasso.

Senonché, in un caso del genere, più che di profitto del capitalista verrebbe da dire che ci troviamo di fronte a una qualche sorta di signoraggio, dato che v’è ben sì contratto, a differenza che nella schiavitù, ma di contrattosquilibrato e asimmetrico, verticale,di tipo feudale tra un possidente e un nullatenente, nel quale si disciplina una potestà e si assegnano delle collocazioni gerarchiche, nel quale il capitale conferito dal datore di lavoro viene remunerato in quanto capitale, mentre il capitale umano conferito dal lavoratore, ossia se stesso in quanto persona viva e creativa, non viene remunerato in quanto capitale, partecipe con pari dignità all’attività dell’altro capitale, ma in quanto mero “lavoro”, che viene  “distaccato” dall’essere umano, oggettivato sulla base di criteri variabili nei confronti del possessore di capitale umano, che quel “lavoro” esprime, possessore che viene spossessato -sia pure sulla base di un negozio- dell’unico capitale del quale dispone, che viene alienato ed estraniato da lui: appunto se stesso, la propria stessa persona, che quindi viene in qualche misura duplicato o replicato, tal per cui un suo io è produttore di utile, e un altro suo io è destinatario del solo salario; diversamente, se così non fosse, egli verrebbe considerato socio dell’attività, o associato in partecipazione per il caso in cui il lavoratore non intenda assumersi rischi di impresa, laddove al contrario ne emerge come un subordinato nel suo svolgimento, rispetto al quale il prodotto, che ne scaturisce, non gli appartiene nemmeno per un momento, e questa è l’altra forma di alienazione, sulla quale l’attenzione di Marx maggiormente si appunta, in quanto tra produttore e prodotto si viene a determinare una cesura esistenziale priva di valenze affettive e significativamente economico-giuridiche, se non, per assurdo, nei termini di una responsabilità, sicché il prodotto può ulteriormente ritorcersi come un nemico nei confronti di chi l’ha prodotto senza gioia.

Senonché, ciò non consegue, come Marx crede, a una vicenda che possa compiutamente descriversi nei termini dello squisitamente “economico”, conchiusa in un rapporto meramente “produttivo”, dato che essa si situa in una ben più ampia vicenda politico-giuridica, consistente nel fatto che esiste un ordinamento giuridico, uno Stato, il quale salvaguardia i privilegi del proprietario, ed egli ne trae di conseguenza frutto economico e monetario, oltre a potere governare come superiore gerarchico l’azienda; il che va ben al di là dell’economico, a meno che non si precisi essere economico tutto ciò che in termini di diritto, forza, valori sociali e istituzioni si venga a collocare attorno al momento materialmente produttivo, riassorbendolo come mera componente sua, giacché i titoli di proprietà invocano diritto, forza, valori sociali e istituzioni, senza i quali non v’è mercato legittimato; ivi compreso anzitutto lo Stato che è concentrazione e ossatura di tutto questo, di tal che il plusvalore marxiano va meglio inteso come plusvalore della sovranità schmittiano, che è un altro modo di intendere quello che ho sopra chiamato “signoraggio”.

In questo quadro, alla domanda se il lavoratore sia remunerato a valore di mercato, occorre rispondere sì, ma con una forte riserva: nel senso che stiamo parlando del mercato alterato e adulterato dalla presenza dello Stato e del sistema tutto, in quanto operino come tutori dei diritti e dei privilegi proprietari; tal per cui, il “mercato”, al quale qui si fa riferimento, è la concorrenza tra i nullatenenti, con conseguente, come detto, dumping tra i proletari, e quindi al lavoratore viene concessa esclusivamente la remunerazione corrispondente al valore di scambio del suo lavoro, così come emergente da questo mercato ab origine inquinato e alterato dalla presenza di un certo genere di ordinamento giuridico, il quale opera quindi una decisiva interferenza nel libero mercato del lavoro e della libera partecipazione all’impresa, in particolare, in un caso come questo, a una libera impresa in forma associata, nella quale ognuno conferisca il proprio lavoro e non aprioristicamente legittimati titoli proprietari: semmai, esclusivamente titoli proprietari scaturenti da quelle attività lavorative, le quali vengano poi riconferite nell’ambito aziendale.

Il datore di lavoro corrisponde quindi al lavoratore questo tipo di “valore di scambio”, ma il “valore d’uso” ch’egli ne ricava è molto più alto, dato che il valore d’uso, per lui, del lavoro del suo subordinato non è altro che il vero e proprio “mandare avanti” l’azienda e quindi concorre grandemente a costituire il suo profitto, il che può trovare equo compenso per il lavoratore solo in una compartecipazione agli utili; il fatto è però che, in questo mercato squilibrato ab origine, quel valore d’uso non emerge contabilmente e quindi viene incamerato per intero dal datore di lavoro in modo oscuro e pressoché clandestino, residuando in restituzione “per equivalente” al lavoratore il mero, molto più basso, valore di scambio del suo “lavoro”, così come formatosi nella concorrenza del dumping tra proletari.

Capita quindi che, così come lo Stato funziona come squilibratore del mercato a vantaggio del proprietario, storicamente gli stessi lavoratori pensano di potersi affidare allo Stato per conseguire il corrispondente riequilibrio, e quindi cercare di ottenere per tale via legale quel valore d’uso che viene loro sottratto, e quindi liberarsi dalla catena di quel tipo di valore di scambio, magari sotto forma di servizi, di provvidenze, di sussidi, in generale di welfare, esterni e ulteriori rispetto alla retribuzione, che quindi vanno in carico non specificamente al loro datore di lavoro, ma alla fiscalità generale, della quale i loro datori di lavoro sono partecipi, di tal che, come sottolineò Toni Negri, il conflitto di classe si trasferisce dalla società civile allo Stato, dato che l’intero capitalismo nazionale e transnazionale si propone come cartello unitario, tutelato e disciplinato dallo Stato, ricomponendosi il frazionamento, che deriverebbe da un autentico mercato concorrenziale.

Man mano che il mondo del lavoro subordinato è riuscito a conseguire alcuni benefici da questo punto di vista, secondo un percorso che fu già a suo tempo delineato da Karl Polanyi quale esito dell’iniziale protezionismo statuale nei confronti dei primi rivendicatori retorici di laissez-faire, la politica liberale e “di sinistra” ufficiale ha iniziato, in tempi relativamente recenti, a svalutare la condizione del lavoratore subordinato, inventando l’ambigua e ambivalente figura dell’”imprenditore di se stesso”, il cui paradosso consiste nel travestire il precario da lavoratore autonomo nelle forme, ma al contempo privandolo di tutte le protezioni in atto previste per il lavoratore subordinato, di tal che gli si concede una promozione sociale del tutto esteriore, mentre nei fatti la sua è una chiara retrocessione economica e nei diritti, dato che, una volta che egli sia fittiziamente “autonomizzato”, il lavoratore, di solito giovane, perde diritto alla malattia pagata, alle ferie pagate, alla tredicesima, ai contributi pensionistici (INPS), al trattamento di fine rapporto, però in compenso può raccontare agli amici di essere un battitore libero nel mercato, pur se il suo compenso nemmeno arriva a consentirgli quell’”esistenza libera e dignitosa”, che l’art. 36 Cost. imporrebbe, e quindi continua a vivere in casa coi genitori con tutto quel che ne segue.

Senonché il lavoratore “imprenditore di se stesso”, locuzione edulcorata per descrivere lo spiantato, del capitale umano suo proprio viene espropriato e non può davvero farsi “capitale” e “impresa”, non essendo in condizione di accedere diffusamente al credito, e qui emerge il tema proudhoniano e anarco-americano del libero conio (o del suo negativo fotografico, l’utile universale), perché l’imprenditore senza altro capitale che non sia “se stesso” è solo un precario della vita, destinato, in assenza di moneta, all’ablazione del suo capitale umano.

Proviamo a proporre un caso specifico: i riders del food dispongono altresì del capitale-bicicletta, oltre a quello “se stesso”, ma lo mettono a piena disposizione del datore di lavoro, che se ne appropria, e quindi non è corretto che non diventino soci dell’azienda, nonostante il loro decisivo apporto di capitale all’impresa: ciò consegue all’elemento psicologico dell’acquiescenza, da parte di lavoratori che non intendono restare sul posto a lungo, oltre che a credenze costitutive in ordine alla legittimità della relazione di supremazia che si instaura tra proprietario dell’algoritmo e soggetti che dall’algoritmo vengono diretti, come se il possesso dell’algoritmo legittimasse al possesso delle persone più del possesso della bicicletta, essendo l’una e l’altra entrambi elementi co-costitutivi dell’azienda: già Maffeo Pantaleoni, nel 1881(“Teoria della traslazione dei tributi”), sosteneva essere sostanzialmente impossibile disgiungere concettualmente il capitale dal lavoro, dato che un lavoratore comunque sempre arreca un capitale, a meno che non sia nudo e lavori a mani nude, sicché il capitale è commisto al lavoro, eppure viene remunerato solo il lavoro e non anche il capitale che il lavoratore apporta, e oggi siamo in condizione di aggiungere che non viene remunerato nemmeno il capitale “umano”, che il lavoratore apporta.

Il lavoro viene proposto come valore-lavoro e, su tale base, come fondamento del concetto di sfruttamento e di plus-valore marxiano, sull’assunto che l’operaio produca più di quanto non gli venga compensato, ergo più di quanto poi egli non sia in grado di consumare individualmente e socialmente, per cui egli finisce con l’essere vittima di uno scambio sociale ineguale, dato che arreca alla comunità più di quanto non riceva, dato che i suoi livelli di consumo sono inferiori ai suoi livelli di produttività, eppure nella polemica giornalistica egli viene sempre accusato di non essere abbastanza “produttivo”, evidentemente non per sé, ma per qualcun altro.

Il tutto, vien detto, sulla base di una libera scelta, dato che egli stipula volontariamente un contratto e non è costretto con la pistola alla tempia ad apporre alcuna firma; senonché, come detto, quel contratto è stato concluso in stato di bisogno, e quindi è rescindibile, ma è altresì nullo in quanto vi sia approfittamento schiavistico alla luce del diritto vigente (art. 600 c.p.); non solo: noi qui ci troviamo di fronte a una throffer, per utilizzare l’espressione di Hillel Steiner, dato che v’è una combinazione tra una minaccia a essere lasciati in peggiorante indigenza e un’offerta in denaro in cambio di un lavoro di solito sgradevole, offerta che non si può rifiutare, ma ciò è consentito da uno sfavorevole rapporto di forza che deriva da: a) deprivazione di diritti sulla terra, dato che la proprietà della terra è illegittima eticamente in quanto fondata esclusivamente sulla forza legittimata (dallo Stato o da qualche “ideologia”); b) divieto di libero conio, di tal che il lavoratore non può scontare il suo future fondato sul lavoro futuro, per emettere moneta e quindi autofinanziare il proprio lavoro; ciò dimostra ancora che lo sfruttamento è politico-giuridico, mentre dal punto di vista del rapporto squisitamente economico non vi sarebbe nulla da eccepire, se le condizioni di stipulazione del contratto fossero paritarie, e quindi inevitabilmente a sbocco associativo: il plus-valore qui è invece schmittiano plus-valore della sovranità, e quindi, in definitiva, signoraggio.

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Vorrei quindi affermare che non è tanto il “lavoro”, che è solo l’ultimo anello della catena, ad alienare l’uomo (il “lavoratore”), quanto il più ampio assoggettamento sociale, il che trova riscontro anche nel fatto che pare ormai chiaro, storicamente, che “capitalismo” è termine che non designa tanto un sistema “economico”, quanto un sistema giuridico e politico, in quanto fondato sul favor che l’ordinamento assegna ai detentori di capitale rispetto a chi si limita, privo di capitale che non sia quello “umano”, a conferire “lavoro”: quindi il lavoratore non è parte solo di un contratto bilaterale, ma di un contratto bilaterale che è il riflesso di un sistema complessivo, che su quel tipo di contratti bilaterali si fonda, in quanto la proprietà privata dei principali mezzi di produzione da parte di alcuni e non di tutti è assicurata da quel sistema giuridico e politico fin dal livello della costituzione formale, oltre da quello della costituzione materiale.

L’approccio, per il quale il capitalismo va inteso più propriamente come sistema politico, in quanto afferente a una ripartizione di potestà tra classi economiche, di tal che poi lo Stato è espressione di quella oggetto di maggiore tutela, risale ai tempi lontani di Thomas Hodgskin, ma ritrova moderna vitalità con la Scuola di Francoforte: ad esempio, per il Marcuse de “L’uomo a una dimensione”, “la società industriale avanzata è un universo politico”, ma ciò significa che l’effettiva vigenza, in quanto sistema, di un modello economico prevalente presuppone un sistema politico-giuridico di stampo monopolistico -lo Stato- in grado di imporlo senza lacune o eccezioni a un’intera società.

Questo sfugge a Marx, il quale vede solo l’aspetto economico, non intuendo che, in un sistema di libero mercato che veda lo Stato assente, l’iniziativa di uno o più capitalisti non fa ancora della società “il capitalismo”, stante la non compiuta formazione di una classe egemone, dato che, se l’essere titolari di capitali è consentito, ma non protetto come criterio di elezione da un sistema politico-giuridico indivisibile, i proprietari di mezzi di produzione non sono in grado per ciò solo di imporsi a ipotetici non proprietari, ma convivono con essi, per la semplice ragione che al proprietarismo unilaterale, protetto dallo Stato, si sostituisce un sistema fondato sul consenso, con la conseguenza che il proprietario non è in grado di imporsi come autorità al non proprietario, e quindi nemmeno al suo collaboratore; in quell’ipotetico mercato senza Stato, infatti, chi conferisce il fattore “lavoro” non è pregiudicato rispetto a chi conferisce il fattore “mezzi di produzione”, dato che questi hanno comunque bisogno di quello, e un’associazione tra l’uno e l’altro potrebbe essere anche perfettamente paritaria.

E ciò perché, in assenza di controllo oligopolistico del mezzo di produzione in quanto privilegio tutelato, e in particolare data l’assenza di un sistema bancario monopolistico o a cartello, organizzato in sistema attorno alle banche centrali -attualmente il principale punto di raccordo pubblico-privato a tutela degli interessi dominanti-, nemmeno si darebbe quel dumping tra proletari, del quale ho sopra parlato, una volta che il “proletario” abbia qui libero accesso al credito (al conio) e una volta che le appropriazioni delle risorse naturali comportino indennizzo a vantaggio di tutti.

Che un simile mercato sgombrato di monopoli, il quali si avvicini, secondo la nostra descrizione, a una sorta di socialismo volontario e di mercato, nel quale però resti il diritto alla libera iniziativa individuale, sia poi in sé garanzia di assenza di estraniazione da sé e di alienazione, tuttavia, non si può certo affermare, se non sulla base dell’improbabile pretesa che un simile modello consenta affermazioni francamente “utopistiche”, le quali prescindano dal tormento insito e proprio nell’essere umano, anche indipendentemente dalla sua collocazione in determinate tipologie di rapporti di lavoro, il che intendevo esprimere all’inizio, attraverso l’invocazione del Mito della Caverna.

Il fatto è che l’essere umano, entrando in società, da un lato di certo guadagna qualcosa, ma altrettanto di sicuro deve rinunciare a qualcosa d’altro, e non v’è garanzia che il saldo sia positivo o negativo. Secondo la dottrina, a propria volta astratta e utopica, del mercato puro liberale, a ogni scambio libero, volontario e spontaneo dovrebbe corrispondere un incremento di pay-off in entrambi gli scambisti, dato che, si presume, se qualcuno accetta in piena libertà di scambiare x con y, ciò significa che egli reputa più utile, vantaggioso e felicifico per sé y rispetto a x, e l’altro viceversa. D’altra parte, anche in tale ottimistica visione, egli sta comunque rinunciando a x, mentre ottimale per lui sarebbe comunque detenere tanto x quanto y, il che finisce con il solleticare la sua avidità, al fine di riuscire a conseguire scambi comunque squilibrati a proprio vantaggio, nei fatti truffando la propria controparte negoziale, il che è quanto poi si verifica nei fatti nel mondo reale quando grandi soggetti in posizione asimmetrica predispongono unilateralmente il testo contrattuale e la controparte può solo aderire passivamente.

L’idea che l’essere umano, entrando in società, debba rinunciare a qualcosa di se stesso, di tal che l’essere individuo non isolato, ma associato, comporta in un qualche senso alienazione, sia nel senso che, rinunciando, si è ceduta, come a una sorta di fondo sociale comune, una parte di sé, sia nel senso che quindi, il sé che si arreca in società è altro sé rispetto a quello originario e “naturale”, risponde a una logica di pessimismo antropologico di tipo hobbesiano, in forza del quale l’uomo intero così com’è non sarebbe idoneo alla convivenza, il che è un bel paradosso per un “animale sociale”, il quale è in grado sopravvivere e prosperare solo nella cooperazione con gli altri. Salvo che, evidentemente, per tale approccio, egli non è adeguatamente “programmato” per cooperare con gli altri, se non sulla base, o di un poderoso sforzo di auto-vincolo, o di una significativa repressione, proveniente dall’esterno, ossia dalla società costituitasi come tale, la quale ha nel tempo strutturato una serie di apparati a tal fine, dalla famiglia, alla scuola, alle strutture sanitarie, penali, para-penali e così via, tutte volte a veicolare e realizzare praticamente il messaggio che l’essere umano è autorizzato a entrare rispettato in società solo amputando una parte di sé, che in teoria si afferma essere quella violenta, ma che in pratica è quella legata alla libidine, alla rivendicazione, alla pretesa e all’opposizione con fermezza.

Eppure, Spinoza aveva lasciato intravvedere uno spiraglio, in grado di consentirci un approccio di tipo diverso, allorché enfatizzò che l’uomo entra in società conservando per intero il bagaglio delle proprie facoltà naturali, e senza rinunciare a priori ad alcuna di esse, dato che, probabilmente, ognuna di essere può tornare utile alla bisogna anche in termini di virile autotutela. In altri termini, ogni scambista non fa ingresso nella società e nel mercato disarmato e ingenuo, ma con tutta la dotazione di forza, che ritiene di essere in grado di esprimere in determinati rapporti, e quindi entra ivi invocando pretese e diritti¸ non amicizia, carità e amore, o almeno non solo, sicché le sue chance di conseguire diritto sono affidate altresì alla sua capacità di impiegare i propri abusi del diritto, come sottolineava Simone Weil; il che nella società feudale era esplicito e formalizzato, laddove nella nostra società il fenomeno si propone come infrazione al principio dell’”uguaglianza di fronte alla legge”.

Se quindi la società reale, ivi compresa quella capitalistica, si fonda su rapporti di forza -tal per cui in quella capitalistica il proprietario del mezzo di produzione si giova di una forza socialmente convalidata superiore rispetto a quella del non proprietario-, il principio utopico liberale, per il quale in ogni scambio entrambi gli scambisti guadagnano, opera occasionalmente, ma non sistematicamente, dato che in ogni relazione contrattuale vi sono gradi diversi di abuso da parte del più forte rispetto al più debole, che in alcuni casi si caratterizza come “lavoratore” e in molti altri casi si caratterizza come “consumatore”; fermo restando che anche un rapporto di lavoro è un rapporto di consumo, posto che il datore di lavoro “consuma” il prodotto del lavoro del lavoratore subordinato, ed è questo un caso in cui il consumatore è più forte del produttore, dato che, come ho già sottolineato, qui il consumatore non paga per intero il valore d’uso del lavoro, ma solo il suo valore di scambio, che, per le ragioni descritte, ha un prezzo decisamente inferiore: vale a dire che siamo di fronte a un caso di surplus del consumatore.

Il lavoro subordinato, ma anche il lavoro autonomo minuto, non è mai equamente remunerato, dato che nemmeno sono formalizzati criteri che consentano di fornire con certezza un simile giudizio, dato che tutto rimane nell’oscurità: non esiste cioè un criterio univoco peritale su come commisurare il prodotto del lavoratore consumato dal datore di lavoro in relazione a quanto il lavoratore ne sia di conseguenza remunerato, dato che una perizia qui si affiderebbe alle determinazioni di un rapporto negoziale, che però è del tutto squilibrato e asimmetrico, vale a dire che la proprietà privata del mezzo di produzione è inteso come un a priori intangibile e non come passibile di critica; salvo che il “plusvalore” marxiano non può funzionare, dato che si affida a un criterio del tutto inadeguato come quello del “tempo”, quando noi sappiamo che, nella società tecnologica, il valore di mercato o d’uso di una prestazione è del tutto indipendente dal tempo che si sia reso necessario per realizzarla, anche in quanto spesso nemmeno esteriormente riconoscibile da parte di chi ne fruisce: sono note le battute di spirito negli Stati Uniti sugli avvocati pagati a tempo, che però segnano in parcella le ore che vogliono loro, ore del tutto incontrollabili.

Quindi ci troviamo di fronte al paradosso, per il quale il tempo lavoro significa poco o nulla, tanto sul piano della qualità del prodotto, quanto sul terreno della sua capacità di acquisire valore sul mercato -tant’è che molto tempo è impiegato per la produzione di beni obsoleti destinati alla distruzione o al macero-, e però il tempo-lavoro conserva un significato simbolico e totemico, volto a inchiodare il lavoratore alla sua condizione di impegnato dal lavoro 24 ore su 24, visto che di fatto tutta la giornata è impiegata o per lavorare, o per ritemprarsi e spostarsi; il che, ancora una volta, non ha nulla a che fare con le esigenze della produzione, ma solo con l’esigenza di cristallizzare gerarchie di status e condizioni esistenziali.

Ciò precisato, va detto che nella società di oggi esiste un diffuso “lavoro”, imposto a tutti, che non viene remunerato in alcun modo, ossia il sistema degli adempimenti burocratici, che, non sono non è remunerato, ma che anzi si rivela strumentale, non a corresponsioni, ma a riscossioni, e quindi non ha un valore di mercato, ma solo un disvalore, che in tal caso si misura invece davvero in tempo sprecato, oltre che in disagio psicologico, ai quali appunto aggiungere poi l’effettiva riscossione subita.

La società di oggi, nella sua articolazione pubblico-privato, finisce con il caratterizzarsi, sotto il profilo antropologico, contrariamente a quanto l’attuale tecnologia già consentirebbe, come società della riscossione, dato che a questo la tecnologia viene piegata, in attesa che essa trovi la sua invece “giusta” modalità d’uso, che è quella di condurre a una “fase suprema” della gratuità, o, quantomeno, della compressione del prezzo al mero costo. Nel frattempo, la nostra esistenza di individui e di cittadini è caratterizzata dalla necessità, da parte nostra, di continui adempimenti burocratici, ai quali corrisponde per sistema una corresponsione economica a fronte di una pretesa da parte del soggetto burocratico, con distinzione solo formale ormai tra pubblico e privato: perché una bolletta per un servizio essenziale (luce, gas, telefono) non si distingue di fatto da una tassa, così come va considerata una tassa il pagamento delle risorse essenziali  per la sopravvivenza, come ad esempio il pagare la spesa al supermercato, o accedere ad altri beni e servizi oggi irrinunciabili, si pensi al telefono, o alla necessità ineludibile di detenere un conto corrente bancario, pur non essendo questo formalmente “obbligatorio” per legge: ebbene, a mio avviso ci troviamo qui di fronte a vere e proprie tasse in senso tecnico, non ostando a tale qualificazione il fatto che determinati soggetti operino all’interno di un mercato; e invero, secondo Maffeo Pantaleoni (si veda il già richiamato testo del 1881), una tassa, come il prezzo, si riferisce a servizi richiesti a domanda, ma differisce dal prezzo, perché questo presuppone la scelta all’interno di un mercato, mentre la tassa è pretesa dallo Stato per un servizio senza alternative, ossia quando lo Stato opera da fornitore monopolistico di un determinato servizio; senonché, nel mondo di oggi, diviene molto poco importante, ad esempio, che io possa scegliere una compagnia telefonica in luogo di un’altra: ciò che davvero conta socialmente è che io non possa fare socialmente a meno di un telefono, mentre il fatto che si tratti di Wind o di Vodafone diventa molto meno importante, tanto più che ci troviamo di fatto nella sostanza di fronte a veri e propri cartelli sotto svariati profili, per quanto nemmeno questo mi appaia l’elemento più rilevante; l’elemento decisivo, al contrario, è che, ormai, seguendo anche le suggestioni francofortesi, monopolio non è questa o quella impresa in particolare: monopolio è il sistema nel suo insieme, monopolio e sistema irresistibili, ai quali è consentito sottrarsi solo votandosi all’eremitaggio, il che non è possibile richiedere alla stragrande maggioranza delle persone, le quali vivano in un sistema industrializzato.

E alla riscossione del denaro, corrisponde oggi, nell’era digitale, la riscossione permanente dei dati personali, sicché c’è sempre qualcuno, celato da qualche parte, e nemmeno tanto celato, il quale premendo un clic possiede il tabulato completo della tua quotidianità, e di tutte le “riscossioni”, alle quali ti sei solertemente sottoposto, al fine di conseguire ciò che ti serve per vivere, sicché la tua vita corrisponde all’assoggettamento a una continua estorsione sistemica; sempre di più, sulla scorta del modello cinese, la cattura dei tuoi dati personali non è solo a titolo commerciale o informalmente conoscitivo, ma proprio per sottoporre la tua esistenza a un vaglio di qualità dal punto di vista dell’autorità, la quale si riserva di revocarti diritti a piacere, il che comporta fuoriuscita definitiva dal modello del costituzionalismo liberale, che pertiene al mercato, per entrare nella fase della discrezionalità tecnologica e tecnocratica.

E a fronte di ciò si situa la necessità della pena del lavoro per potere fare fronte all’estorsione permanente, per cui di fatto si lavora 24 ore su 24, nel senso che la nostra vita ruota intorno a questo, per pagare tutte quelle “tasse”, materiali e simboliche, e ciò in un mondo economico e tecnologico che ha ormai le potenzialità per fornirci gratisqualsiasi servizio, mentre invece viene piegato all’uso suo opposto, che è quello del controllo, dell’estorsione e della revoca.

Del resto, lo stesso lavoro, forse da sempre, ma in modo crescente nel tempo, è spesso mera finzione, dato che non di rado consiste nel circolo vizioso di creare deliberatamente delle difficoltà all’esistenza umana, in modo poi da potere dare da “lavorare” a qualcuno per risolverle: il modello evocato da Keynes, per il quale lo Stato potrebbe sotterrare bottiglie piene di banconote, in modo da creare il lavoro di scavare per andarsele a prendere, talora è modello universale, e non solo nel pubblico impiego, più spesso finzione per elargire sussidi che lavoro reale, ma anche nel grande privato dei servizi socialmente parassitario, o nella grande industria inquinante, che crea più costi sociali da coprire che non utili da distribuire; in fondo, tra il lavoro produttivo vero e proprio e siffatti “lavori” apparenti la differenza è spesso solo di grado, dovendosi in teoria individuare di volta in volta la soglia oltre la quale l’apparente lavoro produttivo diventa disproduttivo

La riduzione della vita ad adempimento burocratico permanente, con la conseguenza di trasformare in burocratici, in quanto intermediati dalla sistematica necessità di applicare norme, buona parte dei rapporti umani, ha però ben altro significato a quello del versamento di un corrispettivo per ottenere il diritto di esistenza, ossia quello della totalitaria istituzionalizzazione della vita umana, quello della sconfitta di ogni ipotesi neo-naturalista, o neo-naturista, dato che ciò a cui si assiste è la completa sussunzione dell’essere umano in un sistema giuridico-economico, rappresentato da un connubio sempre più stretto tra il momento dello Stato e quello del grande capitale, che definiamo idiocratico (da idion, “privato” in greco, come ci ricorda Hannah Arendt), in cui la veste esteriore “pubblica” e quella “privata” si confondono in un coacervo di istituzioni misto pubblico-privato -e allora occorre ammettere che, anche da questo punto di vista, il modello cinese diviene scolastico modello dell’alienazione generalizzata: ecco, l’odierna fonte dell’alienazione sta qui nel divieto del rapporto “naturale” tra le persone, sostituito per sistema da mediazioni istituzionali.

La società del controllo e dell’adempimento informatico usa come strumento di legittimazione del proprio potere penetrante e pervasivo l’affermazione totalizzante della pretesa all’eliminazione di qualsiasi rischio di fuoriuscita dai margini del sistema, attraverso una strumentazione informatica controllata dall’alto, che non consente deviazioni assunte a proprio rischio e pericolo, dato che la macchina nemmeno lo consente: si persegue un modello, nel quale non richiedere il green pass sia reso addirittura impossibile, in cui sia negato il libero arbitrio di scegliere se rispettare o trasgredire la legge, perché la trasgressione viene resa, attraverso la tecnologicamente, puramente e semplicemente impossibile tecnicamente; anzi, di più: si va verso un sistema in cui si viene sanzionati pur non commettendo alcun illecito, ad esempio se sei critico verso il potere costituito, il che non viene formalmente reso illecito, ma sottoposto a un qualche discrezionale “clic”, che di fatto ti blocca l’esistenza, per cui non puoi ottenere fidi, non puoi prendere il treno o l’aereo, e così via. Il green pass che abbiamo conosciuto già segue la stessa logica, dato che il suo meccanismo funziona sanzionando comportamenti considerati leciti, non illeciti, e tuttavia, se non si soddisfano determinati oneri, ad esempio vaccinarsi con i vaccini stabiliti dal potere, ugualmente il tuo atto lecito ti viene impedito, attraverso questo passaggio dalla logica dell’obbligo a quella dell’onere; e ciò in ulteriore evoluzione anticipatrice rispetto a un modello in cui, stanteil sistema tecnologico, diventa puramente e semplicemente impossibile la disobbedienza civile, impossibile materialmente qualsiasi diritto di resistenza, perché il conto corrente ti viene bloccato, l’automobile senza pilota non si mette in moto, l’internet delle cose blocca i meccanismi di funzionamento dei tuoi utensili, come minacciato in Canada il tuo sistema assicurativo viene annullato, e così via.

Il discorso sulla tecnologia, sull’informatizzazione e sul digitale, si staglia invece per il fatto che, anche indipendentemente da un autentico intento autoritario, si rivelano comunque sistemi demenziali, dato che si realizza la violazione del riconosciuto principio di sociologia del diritto, per il quale l’evenienza che non tutte le regole siano applicate è addirittura opportuna, sul presupposto logico che l’applicazione indiscriminata di tutte le regole determina esiti inefficienti, sicché si applicano deliberatamente tutte le regole alla lettera, con la consapevolezza che applicare una regola alla lettera è un atto ingiustamente dannoso.

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Nel nostro tempo, lo intuiamo, il grande capitale mira a farsi Stato direttamente, attraverso il percorso  idiocratico del controllo da parte del grande privato finanziario e digitale, che si nutre in buona parte di demanio -etere, frequenze radio-televisive, web-, con riferimento al quale non paga pressoché alcun canone di concessione, pur trattandosi di struttura di capitale fisso dell’impresa, e si tratta di capitale fisso di proprietà dei cittadini tutti, i quali quindi, pagando per il servizio, pagano l’impresa capitalistica per l’uso di un demanio che è già loro in quanto cittadini: come dire che pagano il ladro per averli derubati. Intanto, la società dello Stato-capitalismo della sorveglianza (Google, Facebook, Amazon, sistema digitale televisivo) è società a un tempo della riscossione e del controllo, dato che a ogni riscossione corrisponde un controllo su ciò che fai nella tua quotidianità e a ogni controllo corrisponde una riscossione, ad esempio in dati, che hanno valore economico autonomo, dato che se ti controllano è perché ti stanno erogando un “servizio”.

A questo punto, si staglia nella modernità una nuova figura di sfruttato, in via addirittura preliminare rispetto all’essere “lavoratore”, vale a dire, come aveva intuito Josiah Warren, il “consumatore”; il quale poi non è altro che il “cittadino” da altra angolazione, dato che il demanio è suo e dato che il cittadino del controllo e della riscossione fa tutto ciò in veste di “consumatore”, termine del tutto edulcorato, che mira ad attribuirgli un ruolo economico nobilitato, per esprimere il suo sfruttamento, il suo essere controllato e oggetto di riscossione, il tutto travestito, con l’ausilio della micro-economia mainstream, da “preferenze del consumatore”, giacché egli può pur sempre “preferire” in quale modo farsi sfruttare, controllare, riscuotere e depredare in dati; ossia se subirlo da Google, da Facebook, da Amazon, da Netflix o da Timvision, con la conseguenza però che egli viene producendo “valore” pur dal divano di casa, come si è visto.

Perché l’idiocrazia, in nome del suo slogan “sono un privato, faccio quello che voglio”, vale a dire con la riproposizione in forma privatistica di un potere pre-costituzionale e assolutistico, e quindi però anche “non contrattuale”, crea una platea di consumatori senza diritti, quindi di cittadini senza diritti, ma solo destinatari di graziose concessioni, che devono comunque attenersi al testo fittiziamente “contrattuale” unilateralmente predisposto dalla parte più forte, che ti tratta come ospite in casa propria e non come sincera controparte contrattuale.

L’imposta diviene corrispettivo e la bolletta diviene riscossione d’imposta: non c’è più differenza, se anche Facebook e Netflix diventano “beni e servizi essenziali” della tua vita di controllato e riscosso, beni essenziali per potere conversare in società e sui social nel mondo di oggi. A questo punto emerge il carattere di mera sceneggiata di qualsiasi discorso sul “lavoro” di tipo para-sindacale -che non sia discorso, che i sindacati non hanno mai fatto, sullo sfruttamento del precario-, dato che, in questo contesto, “lavorare” significa collaborazionismo con il sistema del controllo e della riscossione: il lavoratore, quello ben pasciuto, quello che condivide lo stesso parassitismo dell’idiocrazia, del sistema bancario e simili, diviene kapò: “lavorare” (ossia inviare mail e fare telefonate) si rivela un potere e un privilegio, salvo che si tratta anche qui di apparenza e messa in scena, dato che questo modesto “privilegiato” poi recupera in pieno la propria condizione di sfruttato, non davanti alla macchinetta del caffè o mentre consuma la caprese e il carpaccio al bar sotto l’ufficio -salvo che oggi tutto questo sistema circolare e autoreferenziale, para-keynesiano in senso lato, è stato posto in liquidazione dal lavoro a distanza-, ma quando deve inserire i dati nel computer, quando acquista un “servizio”, quando si siede sul divano e sceglie quale serie guardare su Netflix, ossia molto di più di quando inserisce la monetina nella macchinetta del caffè tra una pratica inutile e dannosa e l’altra.

In questo inutile e dannoso rituale che è il lavoro impiegatizio di oggi, in un sistema destinato al collasso quando le macchine faranno tutto, e allora avrai la difficoltà di giustificare una corresponsione, che già oggi non meriti perché sei inutile e dannoso, e che domani riceverai in virtù del tuo essere “essere umano”, e che quindi per ciò solo ha diritto alla sopravvivenza, diviene formula di giustificazione più sottile dell’altra, quella per cui meriti la sopravvivenza perché hai fatto finta di lavorare, o hai recitato sul mediocre palcoscenico aziendale un lavoro ormai quasi sempre inutile e dannoso.

La sussunzione è quindi sociale e non di fabbrica, o, per meglio dire, di pleonastico ufficio; per contro, l’ipotetico passaggio dal paradigma della scarsità a quello dell’abbondanza della produzione macchinistica -quindi gratuita, non oggetto di riscossione- non è un passaggio meramente quantitativo, ma qualitativo, in quanto la fuoriuscita dalla scarsità consente la contestuale fuoriuscita dal modello hobbeseano della lotta ferina per il possesso di risorse scarse, il che evidenzia come si tratti di un salto di qualità etico nella direzione della cooperazione, che è già potenziale sistema in astratto oggi, ma negato dal fatto che la tecnologia non è ad appropriazione e fruizione libera, ma controllata e utilizzata dal sistema idiocratico per la riscossione sistematica.

Il fatto che la vera sussunzione e il vero sfruttamento siano oggi del cittadino (“consumatore”), e molto meno del lavoratore in quanto tale, si evince induttivamente anche dal fatto che, una volta che, attraverso l’automazione, fosse abolita la figura del “lavoratore”, nel senso dell’inserzione e dell’incardinamento dell’individuo in un apparato autoritativo di fabbrica, egli non cesserebbe di essere uno sfruttato da un simile sistema tecnologico per il sol fatto di avere cessato la sgradevole attività lavorativa; in effetti, in assenza di più ampi progetti di liberazione, egli continuerebbe a essere sottomesso al sistema idiocratico, non perché ne sia partecipe sul lavoro, ma perché ne è partecipe nella fruizione, quando pure in ipotesi ciò gli consentisse un modesto reddito di base in cambio della conferma della sua sottomissione, intanto che le élites conserveranno per sé ben altro che un reddito di base, vale a dire una carta di credito sostanzialmente inesauribile; e una volta che lo Stato sia privatizzato in tutte le sue articolazioni, la figura del “cittadino”, coi suoi “diritti di cittadinanza”, viene totalmente a cadere, rimanendo appunto solo quella del consumatore, dell’utente, o, come piace dire a loro, del cliente, ma abbiamo già visto come già oggi tali “clienti” non godono di alcun diritto, ma solo delle concessioni ottriate, indicate nei contratti a predisposizione unilaterale e a mera adesione.

Sicché siamo di fronte a un fenomeno nuovo, ossia che la persona comune e semplice, prima ancora di essere sfruttata come lavoratore, essendo invece sfruttata come cittadino-consumatore, stante che tutto ciò consegue all’apprensione unilaterale e gratuita del “suo” demanio, viene sfruttato, e quindi alienato, anzitutto in quanto comproprietario, vale a dire proprietario comunista di un capitale comune, che però gli viene sottratto al punto che, non solo non gli rende nulla, ma altresì deve pagare per poterne usufruire.

Qui si fronteggia non già un’istituzionalizzazione di troppo, ma una de-istituzionalizzazione, dato che il demanio non viene trattato come tale, nel rispetto del diritto vigente, ma, con l’avallo dello Stato e degli organismi sovranazionali, da res nullius liberamente attingibile dal soggetto più forte; sicché, paradossalmente, la nuova alienazione è frutto di un’astuta combinazione tra iper-istituzionalizzazione e ritorno allo stato di natura hobbesieano, in cui vince il predatore più forte.